Uno studio sui punti di ritrovo degli adolescenti italiani ha fatto emergere una classifica.

Terzo posto: bar.

Secondo posto: casa.

Primo posto: centro commerciale.

E la piazza dov’è? si chiederebbe un non-nativo digitale.

Secondo il filosofo Marc Augé, i centri commerciali, come le autostrade, le sale d’aspetto, gli autogrill, gli autobus, sono dei nonluoghi, ovvero degli spazi senza velleità storica, culturale o antropologica.

Photo by Alexandre Desane on Unsplash

Sembra che i centri commerciali e i monitor abbiano definitivamente sostituto le piazze e la loro funzione sociale.

Forse anche gli adolescenti di oggi usano l’espressione “scendere in piazza“ ma poi, di fatto, restano l’uno accanto all’altro, ma attaccati ad un monitor.

Le tante ore passate nei mezzi pubblici, per esempio, rappresentano un modo per controllare i gruppi whatsapp, per augurare il buongiorno, per leggere i titoli dei giornali, guardare la bacheca facebook o postare una storia su instagram. Insomma, anche il nonluogo del bus, del tram o della metro è una sorta di piazza.

E in questo scambio frenetico di dati a volte riusciamo anche a guardare quello seduto accanto a noi, ad ascoltare qualche conversazione e a provare addirittura dei sentimenti.

Una mia amica mi raccontava di una vicenda sentimentale e platonica consumatasi interamente in un vagone, in cui lei, ogni mattina, riservava un posto al suo “amore del treno”.

Cosa sia il luogo dell’anima nessuno lo sa, in fondo. Alcuni lo associano a dei posti in cui si è capaci di stare da soli, come la siepe dell’infinito di Leopardi o il viandante nel mare di nebbia.

I tedeschi, i quali hanno una parola per tutto, direbbero Heimat, parola che in italiano è approssimativamente tradotta come “casa”.

Non mi sconvolgerei se un teenager mi dicesse che il luogo dell’anima è un videogioco.

Non sconvolgiamoci delle nostre differenti visioni del mondo, di come cambino i paradigmi delle definizione dei sentimenti o di quanto la tecnologia diventi poco alla volta l’architetto della nostra intimità.

C‘è in ciascuno di noi un profondo bisogno di narrativa, una volontà di raccontarsi, di lasciare una traccia, di rivivere esperienze, di coglierne i contenuti profondi, di costruire la propria identità all’interno di un contesto. E va anche bene se questo contesto è quello di facebook o di whatsapp. C‘è senza dubbio un problema di velocità telegrafica, di sinteticità, di ambiguità d’interpretazione. Tutto questo potrebbe non incoraggiare l’introspezione profonda.

Ma forse va anche bene cosi’.

Perché, come dice Karen Blixen, “essere una persona è avere una storia da raccontare”. E allora va bene raccontarsi, qualunque sia il luogo, il nonluogo, il luogo dell’anima o la rivoluzione che stiamo vivendo.

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www.carloloiudice.com

Attore, public speaking e life coach certificato di base a Berlino dal 2011

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